“Facciamo l’uomo a nostra immagine”

“Facciamo l’uomo a nostra immagine”

23 Gennaio 2020 0 di Timoteo Lauditi

Genesi 1:26, 27

Poi Dio disse: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza… 27  E Dio creò l’uomo a sua immagine, lo creò a immagine di Dio; creò il maschio e la femmina.

Viviamo un periodo dove il sovranismo sta creando un ambiente di rivalità, di separazione, di orgoglio, di superbia fino ad arrivare all’odio. Viene sfruttato il timore per alimentare odio verso “l’altro”, per isolarsi, per sentirsi superiori, per alzare muri e barriere, per respingere i bisognosi perché diversi e provenienti dall’altra parte. La politica trova sempre un motivo di separazione.

Forse sarebbe ora di tornare alle origini: back to the roots!

Nel racconto della Genesi, dopo aver elencato i processi creativi durante le varie ere chiamate “giorni”, lo stile narrativo diventa conversazione. Parlando al figlio Gesù che gli stava a fianco, Dio dice: “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza.”

Questa è la prima conversazione registrata in tutto l’universo. Non è riportata nessuna conversazione di esseri spirituali prima di allora. Non che non ce ne siano state. Anche se nei libri biblici scritti dopo sono riferiti dialoghi tra esseri spirituali, le conversazioni si riferiscono tutte ad un tempo futuro rispetto alla creazione dell’uomo.

La domanda che mi son posto è quale motivo c’era che Dio facesse scrivere questo colloquio tra Lui e Suo Figlio? Per quale ragione, mentre ispirava lo scrittore della Genesi a narrare gli atti creativi, volle includere parte di questa conversazione al momento di creare l’uomo? Probabilmente perché voleva farci sapere di averci creato a sua “immagine e somiglianza”. E perché riteneva importante farcelo sapere? Posso pensare che desideri renderci consapevoli di qualcosa di speciale, che spesso nella quotidianità ci sfugge, e che invece dovrebbe creare in noi un’attitudine di rispetto verso noi stessi, per la nostra vita, e verso gli altri, per la loro vita.

Se guardando un bambino e vedendone la somiglianza col padre ci viene a mente “tale-padre-tale-figlio”, possiamo concludere che, se siamo stati creati a immagine e somiglianza di Dio, ne siamo anche figli.

L’idea che l’uomo fosse figlio di un essere superiore è antica quanto l’umanità e si è estesa, deformandosi, nel tempo. Alcuni hanno infatti pensato di essere più figli dei figli. Infatti gli egiziani credevano che il loro re fosse figlio del dio-sole Ra e dunque egli stesso un dio; i greci credevano che i loro eroi fossero discendenti diretti degli déi; l’apostolo Paolo citò probabilmente i poeti Arato di Soli e Cleante, che decantavano l’origine divina dei greci (Atti 17:28); nello shintoismo, l’imperatore giapponese si credeva discendente dalla dea del Sole Amaterasu. Spesso questo culto delle personalità veniva promosso dalla classe regnante e sacerdotale per esercitare autorità sul popolo, ed è facile pensare come questa convinzione – che cioè solo i più alti nella classe sociale fossero figli di un dio – servisse a giustificare le prevaricazioni e l’abuso di potere. Era questa l’idea che Dio ebbe nel trasmetterci la sua intenzione di fare “l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza”? Credo di no. Egli stesso ci fa sapere che siamo tutti figli suoi.


IN CHE SENSO ‘A SUA SOMIGLIANZA‘?
Certamente essere simili a Dio non ha a che fare con la nostra fisicità, perché Dio è spirito; noi siamo carne. Dall’immagine che abbiamo di Dio in noi, abbiamo però la base che potrebbe unirci, un punto in comune su cui lavorare per non avere più un mondo diviso come lo abbiamo oggi, diviso in nazioni, partiti, classi sociali, sesso (patriarcato e matriarcato, maschilismo e femminismo), religioni, credenze, istruzione, educazione, campanilismo, quartierati, colore della pelle e colore dei capelli, lingue, provenienza… La lista non è conclusiva, purtroppo.

La somiglianza che Dio volle imprimere in noi nel crearci, stava nelle qualità spirituali, nella personalità divina che abbiamo capito meglio quando abbiamo visto il Figlio di Dio viverle sulla terra. Gesù era infatti gentile, paziente, sapiente, si faceva motivare dall’amore, amava la giustizia, usava il potere per fare solo del bene, era rispettoso, socievole; conferiva dignità a tutti, uomini, donne e bambini, poveri e ricchi; amava la giustizia, odiava il male e non si vendicò mai. Nel manifestare queste belle qualità non fece differenza difronte a sesso, nazionalità, provenienza, bellezza fisica, stato sociale, età o salute.
La Bibbia chiama questa sua personalità “la nuova personalità”. Viene chiamata ‘nuova’ perché come dimostra l’evidenza l’abbiamo persa, ma è possibile lavorarci su per acquistarla attraverso la conoscenza divina. Infatti la Bibbia consiglia “rivestitevi della nuova personalità, che per mezzo della conoscenza accurata si rinnova a immagine di Colui che l’ha creata.” (Colossesi 3:10) Ecco dunque cosa creò Dio nell’uomo che ci rende simili a Lui: la personalità divina.
Il passo successivo sottolinea l’equità a cui questo tipo di personalità porta: “In questa condizione non c’è greco o giudeo, circonciso o incirconciso, straniero, scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto ed è in tutti.“ (v. 11) Dunque nel racconto della Genesi Dio volle farci sapere che per Lui abbiamo tutti lo stesso valore, nessuno di più, nessuno di meno.


L’INSEGNAMENTO
Sapere che l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, ci aiuta nella quotidianità: contro il bullismo, contro l’orgoglio e la prepotenza, contro la depressione, contro l’impotenza, contro il sessismo, contro il razzismo.
La Bibbia rivela più volte il concetto che l’essere umano fa parte di una famiglia in cui è prevista equità; non uguaglianza, ma equità. In essa non c’è posto per prevaricazioni; non è prevista una suddivisione in presunte razze, le cui caratteristiche si rifanno alle differenze di colore della pelle, della forma degli occhi, dei capelli o di qualsivoglia differenza si possa inventare in un’etnia. E anche se abbiamo la libertà di sostenere o meno una causa, di seguire un’idea, di aderire o meno ad un progetto, non si è migliore degli altri per partito preso. Appartenere ad una parte o all’altra non ci rende più figli dei figli di Dio.


E SE NON CREDO IN DIO?
Uno può non credere di essere figlio di Dio; questo non cambia assolutamente la verità fondamentale: Dio è la Fonte della vita. (Salmo 36:9) Posso disconoscere mio padre per orgoglio, per un falso senso di libertà o perché mi sono sentito ferito da lui, ma non posso cancellare la mia provenienza, la sua paternità; quella è data geneticamente e non si può cancellare a ritroso. Quindi anche se molti non accettano l’idea di essere stati creati da Dio – per spirito di indipendenza o perché non lo conoscono – questo non cambia la Sua paternità. Egli dice: “Ecco, io sono Geova, l’Iddio di tutti gli esseri umani.” – Geremia 32:27


E SE FOSSIMO FIGLI DEL CASO?
Diamo per un attimo per buona l’idea di esistere per caso, di non avere paternità, di esserci sviluppati da esseri inferiori, incapaci di sopravvivere a condizioni difficili; di essere il frutto dell’evoluzione delle specie: Non avremmo un’immagine a cui specchiarci, non dovremmo rendere conto del nostro comportamento ad un’entità superiore; le prevaricazioni individuali e di gruppo o nazionali sarebbero giustificate secondo la legge evoluzionistica della sopravvivenza del più forte o del più adattabile, cioè il più veloce, scaltro, furbo, furbetto. La differenza delle classi sociali sarebbe giustificata. Se i ricchi arricchiscono sempre di più sulle spalle dei poveri che impoveriscono sempre di più, è la legge della selezione naturale. Se i migranti muoiono affogati in mare, è unicamente dovuto alla selezione: non sono adatti a vivere. C’è chi l’ha chiamato “il darwinismo sociale”.

La povertà dell’incapace, le disgrazie che colpiscono l’imprudente, la fame dell’ozioso, e tutte le pressioni che il forte fa sul debole, e che lasciano tutti “arenati nella miseria” sono in realtà il segno di una benevolenza tanto vasta e previdente […] » 
(Herbert Spencer, Social Statics)
www.gazzettafilosofica.net

LA CONSAPEVOLEZZA DI ESSERE FIGLI DI DIO
Non sono passati nemmeno cento anni, che un’ideologia del genere ha dato il via ad uno dei più grandi genocidi della nostra storia: l’eliminazione sistematica degli ebrei e di tutti coloro considerati inadatti a vivere nella società moderna di allora. Il più forte, l’ariano, pensava di essere il solo ad avere il diritto di vivere. Nel processo di Norimberga alcuni dei responsabili furono accusati e condannati, tra l’altro, per ‘crimini contro l’umanità’. Ma il forte senso di giustizia che sentirono i giudici, che li spinse a condannare a morte dieci gerarchi nazisti, non è compatibile con l’evoluzionismo. Fu la loro coscienza che li trovò uniti nella decisione, e questa è parte dell’immagine di sé che Dio ha messo nell’uomo.

Ogni anno, il 27 gennaio, commemoriamo coloro che furono vittime della Shoah, e nel nostro intimo proviamo orrore, ribrezzo, dolore per quello di cui è stato capace l’uomo. Non proveremmo questi sentimenti se fossimo figli del più adatto, del più forte. Sentiamo questi sentimenti perché siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio e abbiamo nell’intimo la consapevolezza che nessun essere umano ha il diritto di dominare sull’altro; nessuno è più meritevole dell’altro.

Perché questo non è percepito da tutti se tutti siamo figli di Dio? Perché alcuni si sentono in diritto di esaltarsi al di sopra di altri? di gridare al “prima noi”, non trattenendosi di ostentare il rosario, come per indicare l’unicità della loro appartenenza a quel Dio come facevano i faraoni, i greci, gli imperatori romani e giapponesi?

Poiché nel credersi più figli dei figli del Creatore, finiscono per non assomigliargli più. Poiché esiste un’altro dio a cui questi preferiscono assomigliare; un altro padre di cui preferiscono l’immagine. Nella Bibbia viene chiamato “il governante di questo mondo”, “l’iddio di questo sistema di cosa”, la cui fine è sicura. Che ne sarà dei suoi figli?

Timoteo Lauditi

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